Rothko e il Rinascimento: un dialogo nel colore

Portare Mark Rothko a Firenze ha il sapore di una rivoluzione sottile. In una città plasmata dal genio di Botticelli, Michelangelo e Beato Angelico, le distese di colore assoluto di Rothko potrebbero apparire come una presenza insolita. Eppure, parlando con Riccardo Lami — Responsabile Development e Relazioni Esterne della Fondazione Palazzo Strozzi —  appare subito chiaro che il punto è proprio questo: per l’istituzione, promotrice di alcuni dei programmi d’arte moderna più ambiziosi di Firenze, l’incontro tra passato e presente rappresenta un tema di costante riflessione.

Rothko a Firenze — a cura di Christopher Rothko, suo figlio e custode della sua eredità artistica, e della storica dell’arte Elena Geuna — riunisce oltre settanta opere che tracciano l’intera evoluzione creativa dell’artista. Molte di esse non sono mai state esposte in Italia. Ma a rendere eccezionale la mostra non è solo la sua portata, come spiega Lami: "Invece di presentare Rothko isolato come figura canonica dell’Espressionismo Astratto, l’esposizione lo colloca in un dialogo profondo con Firenze e con la tradizione artistica italiana. È al tempo stesso una grande retrospettiva e una riflessione contestuale sulla sua visione".

Il percorso espositivo si articola in tre sedi, in un progetto ambizioso concepito dai curatori di Palazzo Strozzi e dal suo Direttore Generale, Arturo Galansino. Questo approccio diffuso "permette alla città stessa di diventare parte della mostra, facendo sperimentare la continuità tra lo spazio rinascimentale e l’astrazione del XX secolo", afferma Lami.

Tale legame con il tessuto fiorentino, sebbene astratto in superficie, trova le sue radici nel vissuto dell’artista. Il primo incontro di Rothko con Firenze risale al 1950, durante un viaggio in Italia con la moglie Mell. Sebbene non fosse un viaggiatore per vocazione, a Firenze scoprì una dimensione del tutto speciale. Ciò che vi colse lo lasciò sbalordito: gli affreschi di Beato Angelico a San Marco e la visione architettonica di Michelangelo nel Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana — un incontro che si dice abbia ispirato i Seagram Murals della fine degli anni '50. Vi tornò nel 1966, consolidando un dialogo che avrebbe lasciato un segno indelebile fino alla sua produzione tarda.

Lami, Riccardo
"Invece di presentare Rothko isolato come figura canonica dell’Espressionismo Astratto, l’esposizione lo colloca in un dialogo profondo con Firenze e con la tradizione artistica italiana. È al tempo stesso una grande retrospettiva e una riflessione contestuale sulla sua visione"

"Firenze, anziché distrarre, intensifica l’esperienza visiva", continua Lami. "La straordinaria eredità artistica e architettonica della città infonde la consapevolezza di una continuità storica che sfida il tempo. In un contesto del genere, l’opera di Rothko si inserisce in una lunga tradizione di artisti interessati alla trascendenza, allo spazio e alla condizione umana".

A Palazzo Strozzi, il percorso espositivo traccia l’evoluzione del linguaggio visivo di Rothko, prendendo le mosse dagli anni ‘30. Al Museo di San Marco — dove gli affreschi di Beato Angelico sembrano dissolversi nelle pareti stesse del convento — la risonanza diventa quasi viscerale. "Rothko parlava del convento come di un luogo in cui architettura, pittura e silenzio si fondono in un tutto indivisibile", spiega Lami. "Quel perfetto connubio tra spazio e silenzio ha plasmato la sua concezione di pittura immersiva". Nel Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, le proporzioni compresse e la tensione architettonica di Michelangelo mettono in luce la profonda riflessione di Rothko sull’uso della scala e sulla messa in scena dello spazio capace di emozionare lo spettatore. “Il dialogo non si gioca sulla citazione visiva”, chiarisce Lami, “ma su interessi comuni: la luce, la proporzione, il senso di chiusura e la capacità della pittura di farsi esperienza interiore”. L’impatto si fa via via più profondo.

“Il silenzio dei suoi dipinti risuona in modo diverso se vissuto accanto alla geometria rigorosa e alla luce misurata degli spazi rinascimentali, affinando la nostra percezione della quiete e della gravità che emanano le sue tele”.

Firenze, sottolinea Lami, non si è mai limitata a custodire il proprio passato. “Il suo patrimonio rinascimentale è stato, a suo tempo, radicalmente contemporaneo. Oggi, la sfida della città risiede nel creare dialoghi autentici tra passato e presente, evitando di trattarli come domini separati o di ridurre il nostro patrimonio a mero palcoscenico. Mostre come questa dimostrano che l’arte contemporanea può dialogare in piena continuità con la tradizione”. L’ambizione, in definitiva, è che Firenze smetta di essere solo una cornice, per farsi attiva protagonista.

Per gli ospiti che soggiornano all’Hotel Savoy, la partnership con Palazzo Strozzi offre l’opportunità di vivere questo dialogo in prima persona, piuttosto che limitarsi a osservarlo. “Collaborazioni di questo tipo trasformano il soggiorno in un’esperienza culturale stratificata,” afferma Lami, “in cui il confronto, la conversazione e la riflessione condivisa diventano parte integrante del modo di scoprire Firenze.”

Sostare nel cortile di Palazzo Strozzi, mentre la luce del pomeriggio accarezza la pietra, permette di cogliere la stessa vibrazione che conquistò Rothko. Dopotutto, certi silenzi sanno parlare attraverso i secoli.

Rothko a Firenze sarà visitabile presso Palazzo Strozzi, il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana dal 14 marzo al 23 agosto 2026. Scegli una suite all’Hotel Savoy per accedere a tour privati e anteprime esclusive.

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