Sulle tracce di Artemisia: una passeggiata nella sua Firenze

Nel XVII secolo, Artemisia Gentileschi si affermò come una delle pittrici più straordinarie del suo tempo. La sua lucidità incrollabile e il suo spirito imprenditoriale le permisero di farsi strada in un mondo dominato dagli uomini. Sotto il suo pennello, i soggetti più noti subivano una vera trasformazione: eroine un tempo relegate al ruolo di vittime rinascevano come guerriere. La sua opera diede voce a donne troppo spesso messe a tacere, non solo sulla tela ma nella vita stessa.

Dopo la violenza subita a soli 17 anni da parte di un altro artista, Agostino Tassi, ne seguì un lungo processo pubblico. L’uomo fu giudicato colpevole, ma fu Artemisia a dover lasciare la sua casa romana. Nel 1612 arrivò a Firenze, determinata ad affermare la propria arte: «Questo trasferimento fu fondamentale», spiega Letizia Treves, Global Head of Research & Expertise, Old Masters presso Christie’s e curatrice dell’acclamata mostra Artemisia del 2020 alla National Gallery di Londra. «Artemisia si era appena sposata e questo cambio di status le garantì una maggiore libertà. Firenze era una città aperta al talento femminile e lei seppe approfittarne».

Artemisia scelse di adottare il cognome "Lomi" – ereditato dal nonno – per sottolineare le proprie radici toscane: uno stratagemma per far sì che i potenziali mecenati fiorentini la considerassero una di loro. Poco dopo il suo arrivo, completò quella che oggi è la sua opera più celebre, l’iconica Giuditta che decapita Oloferne. Oggi custodita agli Uffizi, la tela cattura quella scena cruenta con feroce determinazione e straordinaria eleganza.

Treves, Letizia
«Ha trasformato la sfida di essere donna in un’opportunità»,

Realizzato all’incirca all’epoca del processo, il dipinto viene spesso letto in chiave autobiografica: Giuditta come Artemisia e Oloferne come Tassi. Treves, tuttavia, invita a una visione più sfumata: «Artemisia avrebbe indubbiamente apprezzato il ribaltamento dei ruoli, con una donna forte che sopraffà un uomo, ma leggere queste opere in chiave puramente biografica – come una "vendetta su tela” nei confronti del suo aggressore – sminuisce il suo valore come artista».

Una delle sue prime commissioni fiorentine è tuttora custodita a Casa Buonarroti. Dipinta per il pronipote di Michelangelo, la sua Allegoria dell’Inclinazione mostra una figura femminile, probabilmente un autoritratto, seduta su una nuvola con un compasso in mano: il modo in cui l’artista rivendicava il proprio posto in un luogo dedicato esclusivamente alla celebrazione del genio. «Ha trasformato la sfida di essere donna in un’opportunità», spiega Treves. «I collezionisti subivano il fascino della sua figura, e i suoi dipinti di donne eroiche
risultavano ancora più attraenti proprio perché realizzati da una donna. Era un tratto distintivo unico, e Artemisia ne era ben consapevole».

Lì vicino, tra le strade tranquille del quartiere di Sant’Ambrogio, Artemisia viveva e lavorava. Il suo secondogenito, Cristofano, fu battezzato proprio nella chiesa di Sant’Ambrogio: un luogo modesto ma ricco di storia, dove riposano diversi artisti del Rinascimento. Questestrade, un tempo animate da botteghe d’arte e salotti intellettuali, vibrano ancora oggi di
energia creativa.

Nel 1616, Artemisia ottenne un riconoscimento mai raggiunto da nessuna donna prima di lei:fu ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno, la storica istituzione artistica fiorentina che aveva contato tra i suoi membri Donatello e Leonardo da Vinci. Non si trattava solo di unonore, ma di una vera e propria dichiarazione di parità artistica.

«Artemisia sapeva immedesimarsi profondamente nei suoi protagonisti, e questo la rendeva una narratrice d’eccezione – una qualità per la quale è ammirata dal pubblico di oggi tanto
quanto da quello del suo tempo», aggiunge Treves.

Quando lasciò Firenze nel 1620, Artemisia si era ormai assicurata un posto tra i pittori più stimati della città. Quello che era iniziato come un trasferimento si era trasformato in una rinascita: non più la donna che fuggiva da uno scandalo, ma l’artista che iniziava a scrivere
la propria storia.

Scoprite Firenze attraverso gli occhi di Artemisia con un soggiorno presso l’Hotel Savoy, situato in una posizione ideale per esplorare le vie che un tempo l’artista chiamava casa. E poi, brindate a lei presso il Bar Artemisia dell’hotel, dove il suo spirito rivive in uno spazio che celebra l’audacia, la bellezza e il rifiuto di ogni convenzione.

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